Da dove nascono le Favole in rima

 

Se dovessi scegliere tra il testo e immagine sceglierei l’immagine.
E’ sempre stato più facile per me comunicare qualcosa attraverso il linguaggio visivo, più immediato e istintivo, piuttosto che con quello verbale.
Ne sono dimostrazione la mia passione per la fotografia, che mi ha poi portato a creare le immagini che realizzo oggi e la mia scarsissima abilità nel parlare o nello scrivere.
Ritengo che un’immagine non sia fine a se stessa e il suo essere non termina con ciò che sto osservando, perché per me se c’è un adesso, necessariamente c’è stato un prima e ci sarà un dopo, un qualcosa che so e che immagino proseguire dall’immagine che ho di fronte.
Come quando, in treno, si ha di fronte una persona sconosciuta e si inizia ad immaginare una sua possibile storia (la sua vita) sulla base delle informazioni che ci offre.
Credo questo succeda a molti, il problema per me, è che mi capita anche con gli oggetti, con gli alberi o peggio ancora con i sassi.
il mio cervello si mette in moto ed ogni cosa può diventare protagonista di un’avventura mai vista prima.

Quando ho realizzato la prima immagine di Dante l’elefante, nella mia testa sapevo già che quell’elefante aveva fatto molta strada e se ne stava andando in un posto magnifico, ne ero certa.

Come sapevo  che la lumaca sopra il tetto di una vecchia baracca avrebbe sfondato le assi di legno su cui era appoggiata e sarebbe caduta senza farsi niente…

Tutto rimaneva tra me e loro e nessun altro.
E’ proprio in quel momento, davanti a Dante, che sono entrate nella mia vita, molto timidamente, le parole.
Ho pensato che sarebbe stato bello far sapere anche agli altri, qual era la mia versione, narrandola attraverso più immagini e perché no, accompagnandola con delle parole. Raccontare cioè le storie dei miei personaggi.
Ovviamente non ho fatto tutto da sola e il buon vecchio fratello mi ha dato una mano regalando versi in rima splendidi, ma da quel giorno sono nate le Favole in rima e le Illustrazioni in rima; un modo per regalarvi una parte del mio mondo.


Io… nel paese delle meraviglie

Ogni volta che mi dicono che le mie immagini sono surreali mi viene da pensare dove ho sbagliato.
Nel surrealismo quello che dovrebbero emergere è l’inconscio.
Ecco, Freud definisce inconscio il luogo della non consapevolezza, dove vanno a finire pensieri, desideri irrealizzati o i famosi traumi infantili; tutto ciò che non viene regolarmente metabolizzato si ferma in un substrato della testa e resta là per non andare a danneggiare la stabilità emotiva e psicologica della persona.
Secondo me un posto magnifico, dal quale attingere ove possibile.
Comunque sia, per Freud è nel sogno che questo inconscio ha campo libero e, viceversa è il sogno la via di accesso all’inconscio.
Un po’ come il sogno di Alice, che la porta nel paese delle meraviglie. Un luogo dell’assurdo e del non senso.

Quindi non ritengo giusto il termine “surreali” se per surreale si intende qualcosa di subcosciente e al di fuori di ogni controllo esercitato dalla ragione, perché nelle mie immagini il legame con la realtà e con ciò che vivo abitualmente è molto forte; è proprio la mia ragione che mi spinge a mettere in discussione la realtà stessa.
Io non vivo in un mondo immaginario, ma credo che la realtà abbia diversi punti di osservazione; è per questo che in molte mie immagini i soggetti che utilizzo vengono decontestualizzati dal loro ambiente o dal loro uso quotidiano (che tutti sono soliti conoscere)e ricollocati in altri contesti. Diciamo che la mia è una visione soggettiva del reale oggettivo e il reale poi, per me, si trasforma in qualcosa di atemporale e anormale, ma comunque possibile.

Se il mondo delle meraviglie di Alice è solo un sogno, il mio esiste perché non aspetto di sognare per raggiungere quella mia parte più intima e istintiva con la quale sto imparando a convivere grazie alle mie immagini e ai miei Trentinelli.